Sull’arte

Pubblicato: dicembre 15, 2011 in Frustrazioni casuali

Scrivere come ci si sente su un blog è come scrivere come ci si sente nel proprio stato di Facebook. Solo è più meschino. Su un blog ti nascondi dietro parole complesse, verbi coniugati in modo corretto o pseudo tale, personaggi che mandi alla deriva solo per il tuo piacere. Su un blog scrivi come se non fossi tu a scrivere. Parli in terza persona e al passato di cose che accadono a te in quel momento. Ma poi ti lamenti della bacheca di Facebook piena di inutili frasi sgrammaticate su quanto le persone si sentono sole, abbandonate, tradite e tristi. Su un blog sei ipocrita.
Su un blog puoi parlare con te stesso fingendo di parlare con chi sta leggendo.
In fondo quello di cui hai bisogno è soltanto che qualcuno ti dia l’attenzione che credi di meritare. Scrivi nella speranza che qualcuno legga e capisca quello che non hai il coraggio di dirgli di persona, ma nello stesso momento vuoi usare termini ricercati e una punteggiatura corretta. Fanculo le virgole. Il tuo parlare di Lavoisier non è niente di più delle citazioni che i tuoi conoscenti più irritanti copiano senza capire nelle loro bacheche. Tu sei soltanto più spocchioso e probabilmente hai meno palle. Nascondere dietro pseudo racconti pseudo nichilisti pseudo misantropi il tuo vaffanculo a qualcuno è sicuramente più da cagasotto di un insulto diretto su un social network.
La piaga del ventunesimo secolo è l’impoverimento dei rapporti sociali dovuto al largo utilizzo di internet e di tutto quello che gli ruota intorno. Ma dipingere un quadro per tirare fuori sentimenti che non riesci a mostrare in altro modo invece è arte. Ipocrita. Ti nascondi dietro il tuo bisogno di raccontare, dietro il tuo aver qualcosa da dire solo perchè non riesci a farlo in un altro modo. Va bene, non è un problema, ma chiama quello che fai con il nome giusto. E’ tutto come un grande diario di una bambina dodicenne che scrive il nome del ragazzo che le piace su tutte le pagine e la notte prega perchè quel ragazzo trovi il diario, lo legga e capisca i suoi veri sentimenti.
Dovresti capire che vuoi solo essere ascoltato ogni volta che controlli quante visite ha fatto il tuo blog.
E quando dici di scrivere per te stesso, non per il tuo “pubblico”, beh, forse quelli sono i momenti in cui sei più vicino alla verità. Scrivi perché vuoi che cambi qualcosa intorno a te. Scrivi perché ti fa assomigliare a quel personaggio di quel film che ti piace tanto. Scrivi per sembrare più intelligente di quanto non sei in realtà.

Ma tutto questo è scritto su un blog e qui cadono tutti i discorsi.

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Formula

Pubblicato: novembre 8, 2011 in Frustrazioni casuali

Erano uno accanto all’altra su quel balcone da cui si poteva vedere tutto il paese. Ma loro non lo stavano guardando. Se ci fosse stato un muro di mattoni a bloccare la visuale sarebbe stato lo stesso. Avrebbe potuto piovere, avrebbe potuto nevicare, ma i loro occhi non se ne sarebbero accorti.
A vederli da fuori si sarebbe detto che non stavano facendo niente. Eppure lui si stava sforzando con tutto il suo impegno. Stava cercando di fermare quel momento. O almeno di rallentarlo abbastanza da poterlo assaporare nella sua interezza. Stava cercando un modo per non perdere quell’istante, per impedire che l’usura del tempo e dei ricordi annebbiassero quello che stava succedendo. O meglio, quello che non stava succedendo. Non stavano parlando. Non stavano ascoltando. Non stavano preoccupandosi.
A dire la verità, lui per un istante ebbe una preoccupazione. Si chiese se quello che stava provando in quel momento fosse la stessa cosa che stava provando lei. Poi la guardò negli occhi e capì che probabilmente era così, e se non lo fosse stato, sarebbe stato ancora meglio.
Non voleva perdere quel momento e capì che l’unico modo per farlo era cercare di spiegarsi il perché lo stava trovando tanto speciale. Era come trovare la formula matematica di qualcosa di complesso. Ricondurlo a delle cose più semplici, consultabili in ogni momento senza troppo sforzo. Iniziò ad analizzare la situazione. “Siamo sul balcone. Io e lei. E siamo abbastanza vicini”. Si fermò e si corresse. “Più scientifico. Preciso”. “Siamo sul balcone di casa mia. Io e lei. E siamo seduti su due sedie differenti, ma girate in direzioni opposte, così da poterci guardare in faccia. Le sedie sono vicine e i braccioli quasi si toccano. La mia mano è proprio lì, sul bracciolo della mia sedia. E un minuto fa lei ha appoggiato la sua mano sul dorso della mia. Lentamente l’ho girata. Abbastanza lentamente da farle capire che non la stavo spostando, stavo solo cercando di afferrare meglio la sua”.
Era andato tutto precisamente in quel modo ma, sentendo i suoi pensieri, si era accorto che non era quello che stava cercando. Mancava qualcosa di importante.
“Cosa rende questo momento così?”. Cercava l’ingrediente segreto. Si accorse che della fisica e della scienza il suo cuore se ne faceva poco. La distanza tra le sedie non era importante. O almeno, c’era qualcosa di molto più importante. Si rispose che in quel momento i suoi sentimenti per lei erano più forti che mai. Ma non gli bastò. Non era quello.
Arrivò vicino a quella che poteva essere la soluzione ma si spaventò e corse subito indietro. Ma aveva dimenticato il cervello vicino alla soluzione e doveva tornare a riprenderlo. Capì che affrontare quella spaventosa soluzione sarebbe potuta essere la cosa migliore a quel punto, o il dubbio avrebbe rovinato tutti i suoi sforzi.
Si avvicinò in punta di piedi. Trovò l’abitudine ad aspettarlo. La trovò con tutto il suo carico di brutte accezioni. L’unica cosa di cui era certo era che “abitudine” significasse qualcosa di brutto. Qualcosa di piatto e senza vita. Recuperò il cervello e decise che insieme avrebbero risolto la questione. “Perché in un momento che mi sta facendo sentire così bene salta fuori una parola tanto terribile?” si chiese.
E se non fosse una cosa così brutta? E se il significato di quella parola fosse diverso da come lo si interpreta normalmente? Questi furono i suggerimenti del suo fidato cervello.
Decise di cogliere la provocazione. Pensò che “abitudine” significa anche “certezza” in qualche modo. Significa “paracadute”. Significa “fondamenta”. Significa “qualcosa che mi fa sentire a mio agio”. “Agio”. Questa parola gli risuonò in testa come un’eco. Scavò nel suo passato e si accorse che tutto quello che aveva sempre voluto era poter stare tranquillo. Poter essere sé stesso, senza che tutto quanto sembrasse un esame. E con lei era così.
Pensò che le cose tanto brutte restano. Quelle tanto belle piano piano sbiadiscono.
La felicità è quello di cui non ci accorgiamo.
Quello che funziona passando in sordina è quello a cui teniamo davvero.
Riguardò quella parola così spaventosa, “abitudine”, e si accorse che era diversa. Non era più minacciosa. Non era più così cattiva. Era quello che aveva sempre cercato. Era la sua idea di amore. Era quello che lo faceva stare bene.
Si ricordò di qualcuno che una volta gli disse che tutte le lettere sono d’amore. Sorrise, pensando a tutto il tempo in cui non aveva capito questa frase.
Prese il suo cervello e tornò sulla sedia accanto a lei.
Aveva trovato la formula che stava cercando.

Percussioni

Pubblicato: agosto 9, 2011 in Frustrazioni casuali

Se avessi un tamburo
lo colpirei
per farti sentire
che ci sono anch’io.

Se avessi dei piatti
li sbatterei
per attirare
la tua attenzione.

Se avessi un gong
lo suonerei
per dirti
che non starò qui per sempre.

Ma ho solo un triangolo.
E tu non ti giri.
E tu non mi noti.
E ti aspetterò anche domani.

Callo

Pubblicato: luglio 1, 2011 in Racconto racconti

Aveva sempre pensato che i nomi degli animali domestici dovessero contenere una doppia consonante. Non si spiegava il perché della cosa, forse era solamente il suono che gli piaceva. Pallo, Tolla, Frolla, Botta, Dosso, Gesso. Corti e con una doppia consonante. Per questo motivo chiamava quell’uccellino Callo. L’aveva trovato sul davanzale della finestra della cucina e aveva avuto paura. Non sapeva cosa fare. Portarlo in casa sarebbe potuto significare bloccare il suo istinto di volatile. Magari la mamma non l’avrebbe più trovato e l’avrebbe abbandonato. Aveva paura. Si mise a guardarlo da lontano allora, in attesa di una sua mossa. Era piccolo, nato da poco tempo probabilmente. Dopo poco si accorse che non poteva volare, aveva un’ala spelacchiata e sporca di sangue. Si immaginò che aveva provato a volare per la prima volta ma non ci era riuscito. Dopo un’ora decise di avvicinarsi, ma cautamente. Quando l’uccellino lo notò iniziò a guardarlo. Fece un tentativo di muoversi, ma non ci riuscì. Tornò a guardare quel piccolo umano, buffo nel suo modo di muoversi, e emise un suono. Il cuore del piccolo umano, sentito il suono, si aprì e fece entrare tutto il dolore che quel verso portava con sè e poi si richiuse per proteggerlo da ogni cosa. Il piccolo umano si avvicinò al davanzale con una goffa grazia e prese in mano l’uccellino. Pensò a lungo a cosa farne e poi capì che poteva solo prendersi cura di lui finchè quell’ala non fosse guarita. Lo lavò e gli diede acqua e pane. La sua paura non era però diminuita. Non voleva intromettersi troppo nella sua vita. Voleva aiutarlo a tornare sulla sua strada, non tracciargliene una nuova. Capì che l’unica cosa che poteva fare era tenere la finestra aperta e accudirlo finchè non sarebbe stato meglio.
Dopo qualche giorno decise di chiamarlo Callo. Non come se quello fosse il suo nome perché non aveva modo di scoprire quale fosse quello vero. Era come un soprannome, un modo carino per rivolgersi a qualcuno che ci sta a cuore.
Lentamente la ferita si rimarginò e piano piano il piccolo uccellino iniziò a volare. La finestra era sempre aperta, per permettergli in ogni momento di tornare a fare quello che era destinato a fare.
Quel giorno Callo mangiò più del solito. Il cervello del piccolo umano intuì qualcosa. Probabilmente stava facendo “rifornimento” prima di tornare a casa sua. Questo pensiero mosse una quantità troppo grande di sentimenti e il piccolo umano capì che avrebbe dovuto fare qualcosa. Le opzioni erano tante, ma quelle che aveva preso in considerazione erano poche. Poteva chiudere la finestra, perché voleva così bene a quel piccolo insieme di piume che vederlo andare via sarebbe stato un dolore troppo grande. Poteva metterlo in una gabbietta, una di quelle con gli scivoli e le ruote, così sarebbero stati contenti entrambi. Poteva cercare un altro uccellino di cui prendersi cura. Oppure poteva non fare niente, cosa che in quel momento, era la più difficile. Non si era mai trovato in una situazione del genere. Solitamente non fare niente era la cosa più facile di tutte. Non implicava spreco di forze, e nemmeno di troppi pensieri. In quel caso invece avrebbe significato perdere un amico a cui teneva molto. Si mise a guardare l’uccellino e aspettò che il suo cervello gli suggerisse la risposta.
Piano piano venne a galla qualcosa. Si ricordò della paura che aveva avuto il giorno in cui l’aveva trovato e di nuovo la paura assediò il suo cuore. Il suo amore per quella creaturina avrebbe potuto inghiottire il destino e lo scopo di quella piccola vita che, senza alcuna modestia, era convinto di aver salvato. La logica conseguenza fu quella di non fare nulla, o quasi. Lasciò la finestra aperta e prese un paio di forbici. Si avvicinò al forno e prese lo strofinaccio a quadrati che era appoggiato sulla maniglia. Ne tagliò un piccolo quadratino e ci mise sopra del pane spezzettato. Richiuse il pezzo di stoffa con un nodo, si trattenne dal fare una carezza all’uccellino e uscì dalla stanza. Aveva promesso a sè stesso di non tornare a controllare in cucina, ma dopo poco dovette infrangere il patto. Si appostò dietro lo stipite della porta e iniziò a studiare i movimenti dell’uccellino, cercando di capire se la sua intuizione iniziale fosse vera. Lo vide bere dell’acqua e guardarsi un po’ in giro. Poi lo vide avvicinarsi al piccolo fagottino che gli aveva preparato. Callo guardò quella stoffa come incuriosito, avvicinò il becco e subito lo ritrasse. Il piccolo umano ebbe l’impressione che Callo avesse capito cosa ci fosse dentro e che fosse sul punto di piangere ma non era sicuro che gli uccellino potessero farlo. Dopo qualche momento in cui tutto era fermo, Callo prese coraggio. Con il becco afferrò il piccolo fagotto e lentamente si girò verso la finestra. Iniziò a sbattere le ali e il piccolo umano si stupì di quanto il tempo fosse scorso in fretta. Dal giorno in cui aveva trovato l’uccellino sembravano passate poche ore nel suo cuore, ma all’esterno, era passato molto più tempo. Ancora una volta il suo pensiero andò a fissarsi su cosa fosse giusto. Probabilmente Callo non avrebbe trovato la sua mamma. Forse sarebbe potuto succedergli qualcosa di brutto. Magari la vita là fuori era più dura di quanto pensasse. Ma non voleva che il suo amore diventasse così egoista da fargli credere di poter decidere il meglio per entrambi. Capì che tutto quello che poteva fare era godersi gli ultimi momenti in cui lo poteva vedere e lasciare che Callo seguisse il suo sentiero.
Le piccole zampe dell’uccellino si staccarono dal tavolo della cucina. Il piccolo umano sorrise nel vederlo così forte e agile e subito dopo i suoi occhi si riempirono di lacrime che fremevano dalla voglia di correre lungo le sue guance. L’uccellino si diresse verso la finestra a tutta velocità, come per evitare un addio che avrebbe riempito entrambi della consapevolezza della separazione. Proprio in quel momento Callo emise un suono. Era simile a quello che aveva emesso quando il piccolo umano l’aveva trovato, ma era come pieno di riconoscenza. Le lacrime del piccolo uomo si rafforzarono e lui non riuscì più a opporsi alla loro discesa.
Aveva sempre saputo che tutto questo sarebbe finito, fin dal primo giorno, ma in cuor suo sperava che in qualche modo il mondo smettesse si girare e fermasse entrambi in quella piccola cucina.

35 °C

Pubblicato: maggio 19, 2011 in Racconto racconti

Il riscaldamento della sua auto riusciva a scaldare soltanto lo strato superficiale della sua pelle, proprio quello strato a cui non aveva mai dato troppo peso. Sapeva che per quella sera i suoi organi interni non sarebbero riusciti a raggiungere la temperatura ideale per sentirsi meglio. Il suo stomaco era accartocciato, i suoi occhi umidi, il suo cervello bloccato e il suo cuore gonfio. Il termometro dentro di lui era ben al di sotto della temperatura di felicità. Era al di sotto anche di quella di serenità. Il mercurio si era dilatato davvero poco e ora stazionava tra il triste e il malinconico.
Tutto era dipeso dalla sola sua buona qualità. Tra tutti i difetti che gli si poteva imputare, sicuramente nessuno avrebbe mai potuto dire che non sapeva ascoltare. Ed erano state proprio le parole che aveva ascoltato a ridurgli la temperatura a quel livello. Eppure quelle parole non avevano nulla a che fare con lui.
Le aveva ascoltate probabilmente un milione di volte e il loro effetto era sempre stato lo stesso.
Non era niente di che, era solo il racconto di un fatto passato, di un brutto fatto passato da troppo tempo per preoccuparsene ancora. Ma per quanto qualcuno voglia dimenticare o non tenere conto delle cose già successe, non può mai davvero riuscirci.
Quello che il suo cuore non riusciva a capire era che lui non aveva niente a che vedere con questo racconto, non aveva nessuna colpa, non si conoscevano ancora. Certe cose succedono e basta, senza che nessuno possa farci niente. Ma lui non riusciva ad accettarlo.
Non riusciva nemmeno a capire a chi dare la colpa e così decise di prendersela con il mondo. Se certe cose non fossero così esagerate, se certe persone riuscissero a pensare meno a sè stessi, se a qualcuno importasse degli altri probabilmente tutto questo non sarebbe successo. Se il mondo riuscisse a capire che la tua vita è costruita sulle fondamente delle cose brutte che ti sono successe, forse le cose andrebbero meglio.

Ogni atteggiamento, ogni spazio vuoto, ogni distanza, ogni contatto evitato, ogni sguardo sfuggito, ogni modo di parlare, ogni scelta, ogni cosa imparata, ogni parere dato, ogni silenzio forzato. Tutto. Tutto quello che ti riguarda passa attraverso il filtro del passato ed è unico come le esperienze che hai avuto.

Mentre guidava e la radio suonava una canzone malinconica capì che il peso delle parole è sottovalutato.
Nessuno ascolta mai quello che dicono gli altri ma alla fine tutti ascoltano quello che dicono gli altri. I pareri sono sassi. I giudizi sono sassi. I racconti sono sassi. Li nascondi in tasca per non far vedere che li porti con te, ma pesano. Non puoi mai davvero ignorarli. Cercano di tirarti giù, verso un posto meno bello di quello in cui sei, verso una situazione ancora più stretta di quella in cui sei.
Capì che i suoi sassi erano nascosti troppo in fondo perché qualcuno potesse vederlo davvero per com’era.
Trasse un lungo caldo respiro e accese una sigaretta, convinto che tenendosi occupato in qualche modo questi pensieri sarebbero spariti. Abbassò il finestrino quel tanto che bastava per far uscire il fumo. La sua strategia funzionò solo fino al secondo tiro. In quel momento i suoi sassi tornarono a pesare e a fare rumore.
Si sentiva impotente, inutile. Non poteva tornare indietro e cambiare le cose. Le parole che aveva ascoltato e che lo avevano portato a pensare a queste cose non sarebbero mai cambiate. Ormai tutto era andato in un certo modo, e per quanto lui si sforzasse di aggiustare il passato, la persona che gli aveva raccontato quella storia si sarebbe portata un grande sasso in tasca per sempre. Avrebbe voluto prendersi lui quel macigno pur di far star bene il narratore di quel racconto.
Non poteva farlo. Non poteva nemmeno dividerne il peso. L’unica cosa che poteva fare era pesare le sue parole cercando di non far tornare a galla quei sassi. L’unica cosa che poteva fare era continuare ad ascoltare quella storia, sperando che l’usura riuscisse ad alleggerire il peso.

Ma la speranza non fece dilatare nemmeno di un millimetro il termometro dentro di lui.

Sul fondo dei tuoi vuoti

Pubblicato: aprile 17, 2011 in Frustrazioni casuali

Respiri. Ti calmi. Ti rilassi. Chiudi gli occhi.
Pausa.

Ora apri gli occhi lentamente e osservi intorno a te. Non in senso letterale. Osservi in che situazioni sei immerso. Osservi dove sei diretto e da dove vieni. Proprio appena inizi a mettere a fuoco qualcosa i tuoi occhi si ribellano e provano a chiudersi. Ma non cambia niente, ormai hai visto tutto chiaramente.
Ti chiedi se sia veramente grave come sembra. Ti chiedi se sei il solo a essere in questa situazione. Non che cambi nulla, solo per poter condividere il dispiacere.
Si, è grave. E non lo so se sono il solo. Sarei solo anche senza essere il solo.
Tutto quello che hai intorno è marcio, ammuffito. Le decisioni che hai preso in passato si sono rivelate le più sbagliate possibili. Non riesci davvero a capire in che modo possa andare peggio. Sei dentro tante di quelle cose, e nessuna di queste ti soddisfa realmente. Sembra che ti stiano portando in un qualche luogo in cui non vuoi andare. E’ come la strada verso il dentista. Non ci vuoi andare, hai paura, sai che farà male e che ti pentirai di esserci andato, ma l’appuntamento l’hai già preso, non puoi più tirarti indietro.
Colpa del tempo. Colpa della fretta. Colpa tua.
Colpa delle scelte che hai dovuto prendere troppo presto. Colpa delle scelte che non hai considerato. Colpa dei tuoi sentimenti. Colpa delle aspettative degli altri. Colpa di quello che dici di voler fare.
Colpa del senso di colpa.
E la tua vita si tira avanti zoppicando, strisciando, solo per non deludere le aspettative di qualcuno. Solo per non far soffrire chi ti è vicino. Ignorando come ti senti tu. Ignorando il tuo cuore che esplode al pensiero di certe cose. Ignorando quello che non vuoi perdere ma che in un modo o nell’altro svanirà. Ignorando che un tempo avevi dei sogni. Ignorando che tutto quello che fai per gli altri, in realtà, ti colpisce e ti ferisce come poche altre cose al mondo.
Pausa.

Non capisci. Non ti capisci. Non riesci a intuire il modo in cui il tuo cervello funziona. Crede di stare bene se gli altri stanno bene, ma ogni singola volta si accorge che questo non è vero. Dovrebbe aver imparato che sei così fragile da subire il ritorno di qualsiasi azione. Sei andato in pezzi così tante volte che anche solo per una questione di sopravvivenza e istinto il tuo cervello dovrebbe imparare certe cose. Eppure non lo fa. Perché? Cosa lo fa giocare contro di te? Pensavi che foste nella stessa squadra ma non è così.
Pausa.

E tutti i tuoi “vaffanculo” rimangono imprigionati nei momenti in cui sei solo. Quando nessuno può sentirti credi di essere abbastanza forte da portarteli nel mondo vero, dove ci sono le persone. Invece restano lì, in fondo ai tuoi vuoti. Marciscono e iniziano a puzzare. Credi che anche gli altri possano sentire questo odore. Speri che lo sentano e capiscano che non va tutto bene come sembra. Ma niente, nessuno sospetta dello schifo che hai dentro. L’unica cosa che puoi fare è cercare qualcuno con un buon olfatto.

Anche se sai che sarà una ricerca inutile.

Brainstorming

Pubblicato: aprile 10, 2011 in Frustrazioni casuali

Essere soli è non sapere cosa fare.
Essere soli è essere egoisti.
Essere soli è essere sensibili.
Essere soli è avere paura.
Essere soli è non avere certezze.
Essere soli è non avere contro prove.
Essere soli è esagerare.
Essere soli è pensare troppo.
Essere soli è matematica.
Essere soli è non sapere come chiamare qualcuno.
Essere soli è non decidere mai.
Essere soli è guardarsi intorno.
Essere soli è capire che si è soli.
Essere soli è non riuscire a cambiare.
Essere soli è non farlo vedere.
Essere soli è misantropia.
Essere soli è troppe parole sprecate.
Essere soli è cercare il proprio posto.
Essere soli è routine.
Essere soli è rimanere dove si è.
Essere soli è antropologia.
Essere soli è non condividere.
Essere soli è disturbo bipolare.
Essere soli è sorridere.
Essere soli è avere un passato.
Essere soli è una scusa.
Essere soli è indipendente da noi.
Essere soli è fare quello che non si vuole.
Essere soli è la strada più semplice.
Essere soli è apatia.
Essere soli è atarassia.
Essere soli è fingere bene.
Essere soli è campo minato.
Essere soli è lo status quo.
Essere soli è l’arrivo.
Essere soli è come te l’aspetti.
Essere soli è come lo vorresti.
Essere soli è sbagliare sempre.
Essere soli è scoprire sempre due cose.
Essere soli è evidenziare.
Essere soli è tenersi per sè.