Callo

Pubblicato: luglio 1, 2011 in Racconto racconti

Aveva sempre pensato che i nomi degli animali domestici dovessero contenere una doppia consonante. Non si spiegava il perché della cosa, forse era solamente il suono che gli piaceva. Pallo, Tolla, Frolla, Botta, Dosso, Gesso. Corti e con una doppia consonante. Per questo motivo chiamava quell’uccellino Callo. L’aveva trovato sul davanzale della finestra della cucina e aveva avuto paura. Non sapeva cosa fare. Portarlo in casa sarebbe potuto significare bloccare il suo istinto di volatile. Magari la mamma non l’avrebbe più trovato e l’avrebbe abbandonato. Aveva paura. Si mise a guardarlo da lontano allora, in attesa di una sua mossa. Era piccolo, nato da poco tempo probabilmente. Dopo poco si accorse che non poteva volare, aveva un’ala spelacchiata e sporca di sangue. Si immaginò che aveva provato a volare per la prima volta ma non ci era riuscito. Dopo un’ora decise di avvicinarsi, ma cautamente. Quando l’uccellino lo notò iniziò a guardarlo. Fece un tentativo di muoversi, ma non ci riuscì. Tornò a guardare quel piccolo umano, buffo nel suo modo di muoversi, e emise un suono. Il cuore del piccolo umano, sentito il suono, si aprì e fece entrare tutto il dolore che quel verso portava con sè e poi si richiuse per proteggerlo da ogni cosa. Il piccolo umano si avvicinò al davanzale con una goffa grazia e prese in mano l’uccellino. Pensò a lungo a cosa farne e poi capì che poteva solo prendersi cura di lui finchè quell’ala non fosse guarita. Lo lavò e gli diede acqua e pane. La sua paura non era però diminuita. Non voleva intromettersi troppo nella sua vita. Voleva aiutarlo a tornare sulla sua strada, non tracciargliene una nuova. Capì che l’unica cosa che poteva fare era tenere la finestra aperta e accudirlo finchè non sarebbe stato meglio.
Dopo qualche giorno decise di chiamarlo Callo. Non come se quello fosse il suo nome perché non aveva modo di scoprire quale fosse quello vero. Era come un soprannome, un modo carino per rivolgersi a qualcuno che ci sta a cuore.
Lentamente la ferita si rimarginò e piano piano il piccolo uccellino iniziò a volare. La finestra era sempre aperta, per permettergli in ogni momento di tornare a fare quello che era destinato a fare.
Quel giorno Callo mangiò più del solito. Il cervello del piccolo umano intuì qualcosa. Probabilmente stava facendo “rifornimento” prima di tornare a casa sua. Questo pensiero mosse una quantità troppo grande di sentimenti e il piccolo umano capì che avrebbe dovuto fare qualcosa. Le opzioni erano tante, ma quelle che aveva preso in considerazione erano poche. Poteva chiudere la finestra, perché voleva così bene a quel piccolo insieme di piume che vederlo andare via sarebbe stato un dolore troppo grande. Poteva metterlo in una gabbietta, una di quelle con gli scivoli e le ruote, così sarebbero stati contenti entrambi. Poteva cercare un altro uccellino di cui prendersi cura. Oppure poteva non fare niente, cosa che in quel momento, era la più difficile. Non si era mai trovato in una situazione del genere. Solitamente non fare niente era la cosa più facile di tutte. Non implicava spreco di forze, e nemmeno di troppi pensieri. In quel caso invece avrebbe significato perdere un amico a cui teneva molto. Si mise a guardare l’uccellino e aspettò che il suo cervello gli suggerisse la risposta.
Piano piano venne a galla qualcosa. Si ricordò della paura che aveva avuto il giorno in cui l’aveva trovato e di nuovo la paura assediò il suo cuore. Il suo amore per quella creaturina avrebbe potuto inghiottire il destino e lo scopo di quella piccola vita che, senza alcuna modestia, era convinto di aver salvato. La logica conseguenza fu quella di non fare nulla, o quasi. Lasciò la finestra aperta e prese un paio di forbici. Si avvicinò al forno e prese lo strofinaccio a quadrati che era appoggiato sulla maniglia. Ne tagliò un piccolo quadratino e ci mise sopra del pane spezzettato. Richiuse il pezzo di stoffa con un nodo, si trattenne dal fare una carezza all’uccellino e uscì dalla stanza. Aveva promesso a sè stesso di non tornare a controllare in cucina, ma dopo poco dovette infrangere il patto. Si appostò dietro lo stipite della porta e iniziò a studiare i movimenti dell’uccellino, cercando di capire se la sua intuizione iniziale fosse vera. Lo vide bere dell’acqua e guardarsi un po’ in giro. Poi lo vide avvicinarsi al piccolo fagottino che gli aveva preparato. Callo guardò quella stoffa come incuriosito, avvicinò il becco e subito lo ritrasse. Il piccolo umano ebbe l’impressione che Callo avesse capito cosa ci fosse dentro e che fosse sul punto di piangere ma non era sicuro che gli uccellino potessero farlo. Dopo qualche momento in cui tutto era fermo, Callo prese coraggio. Con il becco afferrò il piccolo fagotto e lentamente si girò verso la finestra. Iniziò a sbattere le ali e il piccolo umano si stupì di quanto il tempo fosse scorso in fretta. Dal giorno in cui aveva trovato l’uccellino sembravano passate poche ore nel suo cuore, ma all’esterno, era passato molto più tempo. Ancora una volta il suo pensiero andò a fissarsi su cosa fosse giusto. Probabilmente Callo non avrebbe trovato la sua mamma. Forse sarebbe potuto succedergli qualcosa di brutto. Magari la vita là fuori era più dura di quanto pensasse. Ma non voleva che il suo amore diventasse così egoista da fargli credere di poter decidere il meglio per entrambi. Capì che tutto quello che poteva fare era godersi gli ultimi momenti in cui lo poteva vedere e lasciare che Callo seguisse il suo sentiero.
Le piccole zampe dell’uccellino si staccarono dal tavolo della cucina. Il piccolo umano sorrise nel vederlo così forte e agile e subito dopo i suoi occhi si riempirono di lacrime che fremevano dalla voglia di correre lungo le sue guance. L’uccellino si diresse verso la finestra a tutta velocità, come per evitare un addio che avrebbe riempito entrambi della consapevolezza della separazione. Proprio in quel momento Callo emise un suono. Era simile a quello che aveva emesso quando il piccolo umano l’aveva trovato, ma era come pieno di riconoscenza. Le lacrime del piccolo uomo si rafforzarono e lui non riuscì più a opporsi alla loro discesa.
Aveva sempre saputo che tutto questo sarebbe finito, fin dal primo giorno, ma in cuor suo sperava che in qualche modo il mondo smettesse si girare e fermasse entrambi in quella piccola cucina.

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