Formula

Pubblicato: novembre 8, 2011 in Frustrazioni casuali

Erano uno accanto all’altra su quel balcone da cui si poteva vedere tutto il paese. Ma loro non lo stavano guardando. Se ci fosse stato un muro di mattoni a bloccare la visuale sarebbe stato lo stesso. Avrebbe potuto piovere, avrebbe potuto nevicare, ma i loro occhi non se ne sarebbero accorti.
A vederli da fuori si sarebbe detto che non stavano facendo niente. Eppure lui si stava sforzando con tutto il suo impegno. Stava cercando di fermare quel momento. O almeno di rallentarlo abbastanza da poterlo assaporare nella sua interezza. Stava cercando un modo per non perdere quell’istante, per impedire che l’usura del tempo e dei ricordi annebbiassero quello che stava succedendo. O meglio, quello che non stava succedendo. Non stavano parlando. Non stavano ascoltando. Non stavano preoccupandosi.
A dire la verità, lui per un istante ebbe una preoccupazione. Si chiese se quello che stava provando in quel momento fosse la stessa cosa che stava provando lei. Poi la guardò negli occhi e capì che probabilmente era così, e se non lo fosse stato, sarebbe stato ancora meglio.
Non voleva perdere quel momento e capì che l’unico modo per farlo era cercare di spiegarsi il perché lo stava trovando tanto speciale. Era come trovare la formula matematica di qualcosa di complesso. Ricondurlo a delle cose più semplici, consultabili in ogni momento senza troppo sforzo. Iniziò ad analizzare la situazione. “Siamo sul balcone. Io e lei. E siamo abbastanza vicini”. Si fermò e si corresse. “Più scientifico. Preciso”. “Siamo sul balcone di casa mia. Io e lei. E siamo seduti su due sedie differenti, ma girate in direzioni opposte, così da poterci guardare in faccia. Le sedie sono vicine e i braccioli quasi si toccano. La mia mano è proprio lì, sul bracciolo della mia sedia. E un minuto fa lei ha appoggiato la sua mano sul dorso della mia. Lentamente l’ho girata. Abbastanza lentamente da farle capire che non la stavo spostando, stavo solo cercando di afferrare meglio la sua”.
Era andato tutto precisamente in quel modo ma, sentendo i suoi pensieri, si era accorto che non era quello che stava cercando. Mancava qualcosa di importante.
“Cosa rende questo momento così?”. Cercava l’ingrediente segreto. Si accorse che della fisica e della scienza il suo cuore se ne faceva poco. La distanza tra le sedie non era importante. O almeno, c’era qualcosa di molto più importante. Si rispose che in quel momento i suoi sentimenti per lei erano più forti che mai. Ma non gli bastò. Non era quello.
Arrivò vicino a quella che poteva essere la soluzione ma si spaventò e corse subito indietro. Ma aveva dimenticato il cervello vicino alla soluzione e doveva tornare a riprenderlo. Capì che affrontare quella spaventosa soluzione sarebbe potuta essere la cosa migliore a quel punto, o il dubbio avrebbe rovinato tutti i suoi sforzi.
Si avvicinò in punta di piedi. Trovò l’abitudine ad aspettarlo. La trovò con tutto il suo carico di brutte accezioni. L’unica cosa di cui era certo era che “abitudine” significasse qualcosa di brutto. Qualcosa di piatto e senza vita. Recuperò il cervello e decise che insieme avrebbero risolto la questione. “Perché in un momento che mi sta facendo sentire così bene salta fuori una parola tanto terribile?” si chiese.
E se non fosse una cosa così brutta? E se il significato di quella parola fosse diverso da come lo si interpreta normalmente? Questi furono i suggerimenti del suo fidato cervello.
Decise di cogliere la provocazione. Pensò che “abitudine” significa anche “certezza” in qualche modo. Significa “paracadute”. Significa “fondamenta”. Significa “qualcosa che mi fa sentire a mio agio”. “Agio”. Questa parola gli risuonò in testa come un’eco. Scavò nel suo passato e si accorse che tutto quello che aveva sempre voluto era poter stare tranquillo. Poter essere sé stesso, senza che tutto quanto sembrasse un esame. E con lei era così.
Pensò che le cose tanto brutte restano. Quelle tanto belle piano piano sbiadiscono.
La felicità è quello di cui non ci accorgiamo.
Quello che funziona passando in sordina è quello a cui teniamo davvero.
Riguardò quella parola così spaventosa, “abitudine”, e si accorse che era diversa. Non era più minacciosa. Non era più così cattiva. Era quello che aveva sempre cercato. Era la sua idea di amore. Era quello che lo faceva stare bene.
Si ricordò di qualcuno che una volta gli disse che tutte le lettere sono d’amore. Sorrise, pensando a tutto il tempo in cui non aveva capito questa frase.
Prese il suo cervello e tornò sulla sedia accanto a lei.
Aveva trovato la formula che stava cercando.

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