Archivio per la categoria ‘Racconto racconti’

Callo

Pubblicato: luglio 1, 2011 in Racconto racconti

Aveva sempre pensato che i nomi degli animali domestici dovessero contenere una doppia consonante. Non si spiegava il perché della cosa, forse era solamente il suono che gli piaceva. Pallo, Tolla, Frolla, Botta, Dosso, Gesso. Corti e con una doppia consonante. Per questo motivo chiamava quell’uccellino Callo. L’aveva trovato sul davanzale della finestra della cucina e aveva avuto paura. Non sapeva cosa fare. Portarlo in casa sarebbe potuto significare bloccare il suo istinto di volatile. Magari la mamma non l’avrebbe più trovato e l’avrebbe abbandonato. Aveva paura. Si mise a guardarlo da lontano allora, in attesa di una sua mossa. Era piccolo, nato da poco tempo probabilmente. Dopo poco si accorse che non poteva volare, aveva un’ala spelacchiata e sporca di sangue. Si immaginò che aveva provato a volare per la prima volta ma non ci era riuscito. Dopo un’ora decise di avvicinarsi, ma cautamente. Quando l’uccellino lo notò iniziò a guardarlo. Fece un tentativo di muoversi, ma non ci riuscì. Tornò a guardare quel piccolo umano, buffo nel suo modo di muoversi, e emise un suono. Il cuore del piccolo umano, sentito il suono, si aprì e fece entrare tutto il dolore che quel verso portava con sè e poi si richiuse per proteggerlo da ogni cosa. Il piccolo umano si avvicinò al davanzale con una goffa grazia e prese in mano l’uccellino. Pensò a lungo a cosa farne e poi capì che poteva solo prendersi cura di lui finchè quell’ala non fosse guarita. Lo lavò e gli diede acqua e pane. La sua paura non era però diminuita. Non voleva intromettersi troppo nella sua vita. Voleva aiutarlo a tornare sulla sua strada, non tracciargliene una nuova. Capì che l’unica cosa che poteva fare era tenere la finestra aperta e accudirlo finchè non sarebbe stato meglio.
Dopo qualche giorno decise di chiamarlo Callo. Non come se quello fosse il suo nome perché non aveva modo di scoprire quale fosse quello vero. Era come un soprannome, un modo carino per rivolgersi a qualcuno che ci sta a cuore.
Lentamente la ferita si rimarginò e piano piano il piccolo uccellino iniziò a volare. La finestra era sempre aperta, per permettergli in ogni momento di tornare a fare quello che era destinato a fare.
Quel giorno Callo mangiò più del solito. Il cervello del piccolo umano intuì qualcosa. Probabilmente stava facendo “rifornimento” prima di tornare a casa sua. Questo pensiero mosse una quantità troppo grande di sentimenti e il piccolo umano capì che avrebbe dovuto fare qualcosa. Le opzioni erano tante, ma quelle che aveva preso in considerazione erano poche. Poteva chiudere la finestra, perché voleva così bene a quel piccolo insieme di piume che vederlo andare via sarebbe stato un dolore troppo grande. Poteva metterlo in una gabbietta, una di quelle con gli scivoli e le ruote, così sarebbero stati contenti entrambi. Poteva cercare un altro uccellino di cui prendersi cura. Oppure poteva non fare niente, cosa che in quel momento, era la più difficile. Non si era mai trovato in una situazione del genere. Solitamente non fare niente era la cosa più facile di tutte. Non implicava spreco di forze, e nemmeno di troppi pensieri. In quel caso invece avrebbe significato perdere un amico a cui teneva molto. Si mise a guardare l’uccellino e aspettò che il suo cervello gli suggerisse la risposta.
Piano piano venne a galla qualcosa. Si ricordò della paura che aveva avuto il giorno in cui l’aveva trovato e di nuovo la paura assediò il suo cuore. Il suo amore per quella creaturina avrebbe potuto inghiottire il destino e lo scopo di quella piccola vita che, senza alcuna modestia, era convinto di aver salvato. La logica conseguenza fu quella di non fare nulla, o quasi. Lasciò la finestra aperta e prese un paio di forbici. Si avvicinò al forno e prese lo strofinaccio a quadrati che era appoggiato sulla maniglia. Ne tagliò un piccolo quadratino e ci mise sopra del pane spezzettato. Richiuse il pezzo di stoffa con un nodo, si trattenne dal fare una carezza all’uccellino e uscì dalla stanza. Aveva promesso a sè stesso di non tornare a controllare in cucina, ma dopo poco dovette infrangere il patto. Si appostò dietro lo stipite della porta e iniziò a studiare i movimenti dell’uccellino, cercando di capire se la sua intuizione iniziale fosse vera. Lo vide bere dell’acqua e guardarsi un po’ in giro. Poi lo vide avvicinarsi al piccolo fagottino che gli aveva preparato. Callo guardò quella stoffa come incuriosito, avvicinò il becco e subito lo ritrasse. Il piccolo umano ebbe l’impressione che Callo avesse capito cosa ci fosse dentro e che fosse sul punto di piangere ma non era sicuro che gli uccellino potessero farlo. Dopo qualche momento in cui tutto era fermo, Callo prese coraggio. Con il becco afferrò il piccolo fagotto e lentamente si girò verso la finestra. Iniziò a sbattere le ali e il piccolo umano si stupì di quanto il tempo fosse scorso in fretta. Dal giorno in cui aveva trovato l’uccellino sembravano passate poche ore nel suo cuore, ma all’esterno, era passato molto più tempo. Ancora una volta il suo pensiero andò a fissarsi su cosa fosse giusto. Probabilmente Callo non avrebbe trovato la sua mamma. Forse sarebbe potuto succedergli qualcosa di brutto. Magari la vita là fuori era più dura di quanto pensasse. Ma non voleva che il suo amore diventasse così egoista da fargli credere di poter decidere il meglio per entrambi. Capì che tutto quello che poteva fare era godersi gli ultimi momenti in cui lo poteva vedere e lasciare che Callo seguisse il suo sentiero.
Le piccole zampe dell’uccellino si staccarono dal tavolo della cucina. Il piccolo umano sorrise nel vederlo così forte e agile e subito dopo i suoi occhi si riempirono di lacrime che fremevano dalla voglia di correre lungo le sue guance. L’uccellino si diresse verso la finestra a tutta velocità, come per evitare un addio che avrebbe riempito entrambi della consapevolezza della separazione. Proprio in quel momento Callo emise un suono. Era simile a quello che aveva emesso quando il piccolo umano l’aveva trovato, ma era come pieno di riconoscenza. Le lacrime del piccolo uomo si rafforzarono e lui non riuscì più a opporsi alla loro discesa.
Aveva sempre saputo che tutto questo sarebbe finito, fin dal primo giorno, ma in cuor suo sperava che in qualche modo il mondo smettesse si girare e fermasse entrambi in quella piccola cucina.

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35 °C

Pubblicato: maggio 19, 2011 in Racconto racconti

Il riscaldamento della sua auto riusciva a scaldare soltanto lo strato superficiale della sua pelle, proprio quello strato a cui non aveva mai dato troppo peso. Sapeva che per quella sera i suoi organi interni non sarebbero riusciti a raggiungere la temperatura ideale per sentirsi meglio. Il suo stomaco era accartocciato, i suoi occhi umidi, il suo cervello bloccato e il suo cuore gonfio. Il termometro dentro di lui era ben al di sotto della temperatura di felicità. Era al di sotto anche di quella di serenità. Il mercurio si era dilatato davvero poco e ora stazionava tra il triste e il malinconico.
Tutto era dipeso dalla sola sua buona qualità. Tra tutti i difetti che gli si poteva imputare, sicuramente nessuno avrebbe mai potuto dire che non sapeva ascoltare. Ed erano state proprio le parole che aveva ascoltato a ridurgli la temperatura a quel livello. Eppure quelle parole non avevano nulla a che fare con lui.
Le aveva ascoltate probabilmente un milione di volte e il loro effetto era sempre stato lo stesso.
Non era niente di che, era solo il racconto di un fatto passato, di un brutto fatto passato da troppo tempo per preoccuparsene ancora. Ma per quanto qualcuno voglia dimenticare o non tenere conto delle cose già successe, non può mai davvero riuscirci.
Quello che il suo cuore non riusciva a capire era che lui non aveva niente a che vedere con questo racconto, non aveva nessuna colpa, non si conoscevano ancora. Certe cose succedono e basta, senza che nessuno possa farci niente. Ma lui non riusciva ad accettarlo.
Non riusciva nemmeno a capire a chi dare la colpa e così decise di prendersela con il mondo. Se certe cose non fossero così esagerate, se certe persone riuscissero a pensare meno a sè stessi, se a qualcuno importasse degli altri probabilmente tutto questo non sarebbe successo. Se il mondo riuscisse a capire che la tua vita è costruita sulle fondamente delle cose brutte che ti sono successe, forse le cose andrebbero meglio.

Ogni atteggiamento, ogni spazio vuoto, ogni distanza, ogni contatto evitato, ogni sguardo sfuggito, ogni modo di parlare, ogni scelta, ogni cosa imparata, ogni parere dato, ogni silenzio forzato. Tutto. Tutto quello che ti riguarda passa attraverso il filtro del passato ed è unico come le esperienze che hai avuto.

Mentre guidava e la radio suonava una canzone malinconica capì che il peso delle parole è sottovalutato.
Nessuno ascolta mai quello che dicono gli altri ma alla fine tutti ascoltano quello che dicono gli altri. I pareri sono sassi. I giudizi sono sassi. I racconti sono sassi. Li nascondi in tasca per non far vedere che li porti con te, ma pesano. Non puoi mai davvero ignorarli. Cercano di tirarti giù, verso un posto meno bello di quello in cui sei, verso una situazione ancora più stretta di quella in cui sei.
Capì che i suoi sassi erano nascosti troppo in fondo perché qualcuno potesse vederlo davvero per com’era.
Trasse un lungo caldo respiro e accese una sigaretta, convinto che tenendosi occupato in qualche modo questi pensieri sarebbero spariti. Abbassò il finestrino quel tanto che bastava per far uscire il fumo. La sua strategia funzionò solo fino al secondo tiro. In quel momento i suoi sassi tornarono a pesare e a fare rumore.
Si sentiva impotente, inutile. Non poteva tornare indietro e cambiare le cose. Le parole che aveva ascoltato e che lo avevano portato a pensare a queste cose non sarebbero mai cambiate. Ormai tutto era andato in un certo modo, e per quanto lui si sforzasse di aggiustare il passato, la persona che gli aveva raccontato quella storia si sarebbe portata un grande sasso in tasca per sempre. Avrebbe voluto prendersi lui quel macigno pur di far star bene il narratore di quel racconto.
Non poteva farlo. Non poteva nemmeno dividerne il peso. L’unica cosa che poteva fare era pesare le sue parole cercando di non far tornare a galla quei sassi. L’unica cosa che poteva fare era continuare ad ascoltare quella storia, sperando che l’usura riuscisse ad alleggerire il peso.

Ma la speranza non fece dilatare nemmeno di un millimetro il termometro dentro di lui.

Pensieri depistanti

Pubblicato: marzo 29, 2011 in Racconto racconti

In quel preciso momento si accorse che le cose belle non lo avevano mai fatto stare bene. Ipotizzò che fosse solo il suo stato d’animo a suggerirgli questo, ma nel profondo, sapeva che purtroppo quella era la verità.
Considerava quel legame così prezioso che il solo pensiero che sarebbe svanito creava all’interno del suo cuore un terremoto di emozioni contrastanti. E aveva la certezza che sarebbe svanito. Non poteva farci nulla, non poteva opporsi. Alcune cose non si possono controllare, e quella ne era il classico esempio. Le circostanze avevano fatto nascere quel legame e le circostanze lo avrebbero fatto sparire definitivamente. I suoi pensieri erano continuamente occupati nella creazione e revisione di piani che avrebbero potuto allungare il tempo prima della rottura definitiva del suo piccolo tesoro. Ma erano tutti piani destinati a fallire.
Era come se perdere quel pezzo della sua vita avrebbe significato essere solo. Sentiva troppo spazio intorno a lui e aveva troppo poco tempo per cercare di cambiare le cose. Il cielo, che in più di un’occasione lo aveva affascinato, lo atterriva. Pareva una cupola che lo teneva imprigionato in quelle sensazioni da cui voleva scappare. Si sentiva un minuscolo puntino giallo in mezzo a un foglio bianco. Diverso, ma che nessuno sarebbe mai riuscito a trovare. Avrebbe dato via tutto quello che aveva per poter rimanere ancorato a quel legame.
Quello che gli faceva più male era il non poter condividere con nessuno le sue preoccupazioni. Nessuno avrebbe voluto ascoltarlo e nessuno avrebbe potuto capirlo.
Nella sua testa stazionava da tempo una domanda a cui non riusciva a darsi risposta. Si chiedeva se quella persona avesse davvero capito chi lui fosse. Gli sembrava di averlo dimostrato ampiamente, ma una frase di qualche tempo prima aveva messo in dubbio tutto quanto. E questo dubbio si concretizzava in un’altra domanda: se lui si fosse rivelato completamente per quello che era sarebbe cambiato qualcosa? Il suo modo di essere avrebbe potuto sconfiggere le circostanze e allontanare l’ombra della solitudine?
Proprio quando la parola ‘solitudine’ si materializzò nei suoi pensieri non riuscì a bloccare la nascita di nuove domande. Si chiese se fosse davvero solo. E cosa si intende per solitudine? E’ il numero di persone con cui si hanno rapporti l’indice della solitudine? Oppure è la qualità di questi rapporti? E’ possibile non sentirsi soli avendo rapporti con una sola persona? E’ possibile sentirsi soli anche se si è circondati da un numero incalcolabile di persone? Quando qualcuno ha il diritto di sentirsi solo? E in quanti avevano più diritto di lui di parlare di solitudine? Era intelligente abbastanza per cercare delle risposte così complicate? Ma soprattutto, queste risposte gli sarebbero servite a qualcosa?
Decise di lasciar perdere tutte queste cose. Decise di fidarsi solamente di quello che gli diceva il suo cuore. Si accorse, a discapito di quello che aveva sempre creduto, che l’amore non centrava niente.
Gli venne in mente la frase di un film che diceva circa: ‘perché non riesco a evitare di innamorarmi di qualsiasi persona mi dia un minimo di attenzione?’. E capì che l’amore non c’entrava nulla. Non aveva capito ancora niente di sé stesso. Confondeva troppo le emozioni, le amplificava senza limiti. E se il suo cuore diceva di non voler perdere qualcuno per lui significava essersene innamorato. Si zittì da solo. Si disse che sì, era innamorato di tutte le persone che non voleva perdere. Che il suo amore non era limitabile a una sola persona. Forse era innamorato di persone diverse in modo diverso, e per questo i suoi legami erano differenti. Ma li amava tutti.
Pensò a tutte quelle persone che avrebbero storto la bocca nel sentirlo dire qualcosa del genere. Pensò a tutte quelle persone che gli avrebbero dato dell’omosessuale se avesse detto che amava persone del suo stesso sesso. E sorrise tra sé per la facilità con cui si confonde sesso e amore. Non c’era nulla di carnale in tutto quel suo amore. Non riusciva a credere che le altre persone potessero provare sentimenti differenti in base al sesso di chi gli stava vicino. Non riusciva a credere che nel cervello di ognuno ci fosse un inibitore d’amore che si attivava solamente quando si pensava a una persona dello stesso sesso.
Decise di smettere di pensare ai sentimenti e al loro funzionamento, alle persone e alla morale, alle consuetudini e alle stranezze. Si accorse che stava tergiversando, che non stava cercando di risolvere il problema.
Tornò a pensare a quello che stava per perdere e tornò solo.

Sospinti

Pubblicato: dicembre 1, 2010 in Racconto racconti

Stava fermo in mezzo alla stanza ormai invasa dal fuoco cercando una motivazione per quello che era accaduto.

Erano giorni che il suo cervello elaborava l’idea di comprare un piccolo modellino di una barca. L’aveva vista su un sito internet mentre cercava dei libri da regalare per Natale. Era uno di quei galeoni con grandi alberi maestri e vele colorate. La descrizione diceva che, dopo averla assemblata, sarebbe stata grande sessanta centimetri. Aveva misurato lo spazio vuoto sulla mensola del salotto per capire se ci sarebbe stata. C’era un vuoto di sessantotto centimetri. Non era un tipo molto paziente e sicuramente la costanza non era la caratteristica che lo contraddistingueva. I suoi hobby non erano mai durati più di tre settimane. Proprio per questo motivo era titubante sull’acquisto. Non sapeva se sarebbe mai riuscito a portare a termine un lavoro del genere. C’erano piccoli pezzi di legno da piegare e fissare. Piccole corde da tendere. Piccoli oggetti da incollare. Pensava che non fosse il caso di sprecare così i soldi.
Tutte le mattine, dopo aver fatto colazione, andava a prendere la macchina che parcheggiava a cento metri dal suo appartamento. Quel giorno si mise la giacca e la sciarpa. Prese le chiavi di casa e della macchina e uscì. Stava proprio pensando al veliero quando, a metà strada, guardò per terra. Vide qualcosa. La luce del sole, ancora basso, veniva riflessa da qualcosa di piccolo. Si avvicinò e si chinò. Era una moneta da un euro. Una comunissima moneta da un euro. E l’aveva trovata lui. Non aveva mai trovato niente di interessante per terra, tanto meno dei soldi, e quel giorno invece trovò quell’euro, proprio mentre pensava al galeone. Non poteva essere altro che un segno del destino, o di qualsiasi altra cosa. Mise l’euro in tasca.
Dopo una settimana precisa il postino gli portò un pacco. Era il modellino che aspettava. Aprì la scatola e rimase per qualche minuto fermo, indeciso sul punto da cui partire. Poi guardò l’orologio e si accorse che era in ritardo per il lavoro. Chiuse la scatola e andò, continuando a riflettere sul punto più conveniente per cominciare.
Due settimane e tre giorni dopo il vuoto della mensola in salotto era sparito. Al suo posto c’era il primo modellino che aveva costruito. La nave non era perfettamente come sulla scatola, ma per essere il primo tentativo, era già un buonissimo risultato.
Piano piano tutti i vuoti di casa sua vennero riempiti con piccole ville settecentesche con il comignolo e il terrazzo, da minuscole rappresentazioni di monumenti millenari, da grattacieli che, anche se ridotti in scala, davano l’impressione di graffiare le nuvole. Erano i suoi piccoli pezzi di paradiso. Le cose che non avrebbe mai avuto e che probabilmente non avrebbe nemmeno visto. Quelle cose che aveva sempre osservato sui giornali o su internet mentre si chiedeva come potesse essere viverci vicino. Le piccole rappresentazioni del mondo lo rendevano discretamente felice, o forse solamente gli occupavano così tanto tempo che non riusciva più a chiedersi se fosse stato davvero contento.
Venne di nuovo dicembre e nel suo ufficio venne organizzata una cena per festeggiare. Da una decina di anni, il sette dicembre, tutti i dipendenti, avvisati tramite una mail qualche giorno prima, andavano a cena in un locale vicino all’ufficio. Quell’anno, senza nessun motivo, non arrivò nessuna mail. Lui pensò che era colpa della crisi, che nessuno era disposto a spendere per uscire con i colleghi. Ci teneva a questa cena, ma riusciva anche a capire i problemi delle persone.
Il nove dicembre, nel suo ufficio, venne a sapere che qualcosa era andato storto. La cena aveva avuto luogo, come al solito, nel ristorante vicino all’ufficio, ma lui non ne sapeva niente. Controllò la casella di posta incredulo. Nella posta ricevuta non c’era nulla. Si accorse di un ‘1’ vicino alla posta indesiderata. Non aveva il coraggio di controllare. Era bloccato con lo sguardo su quel numero. La sua mano si fece coraggio. L’uno sparì. Spostò lo sguardo sul mittente e l’oggetto dell’e-mail. C’era il nome di un suo collega e lì vicino la scritta “Consueta cena invernale”. Non l’aprì nemmeno. Qualcosa aveva voluto che lui non andasse a quella cena. Qualcosa gli aveva tolto quel piacere. Eppure lui ci teneva così tanto. Maledetto destino. Come aveva potuto fargli questo? Perchè, dopo avergli regalato quell’euro, l’aveva trattato in quel modo? Perchè diavolo avrebbe dovuto dargli qualcosa per poi prendersi in cambio qualcos’altro? Non era giusto. Non era corretto. Era sleale. Meschino. Non poteva sopportarlo. Era troppo. Voleva avere il controllo su quello che succedeva. Scoprire che niente dipendeva da lui aveva distrutto il suo precario equilibrio.
Prese la giacca e uscì dall’ufficio. Si mise in macchina e spense l’autoradio. Parcheggiò al solito posto, scese e si incamminò verso casa. Passò nel punto in cui aveva visto la moneta così tanto tempo prima, quando le cose andavano bene, quando era il padrone di sè stesso. Fece le scale e arrivò al suo appartamento. Chiuse la porta dietro di sè. Respirò. Lo fece di nuovo. Poi ancora, questa volta riempendo totalmente i polmoni. Trattenne per qualche secondo l’aria e poi si scagliò verso la mensola del salotto. Ridiede spazio al vuoto che c’era una volta. Frantumò per terra il veliero, il suo primo modellino, il battesimo del suo hobby. Lo calpestò. Lo calciò. Gridò. Lo raccolse e lo scagliò contro il muro, mandandolo definitivamente al tappeto. Prese la torre Eiffel in camera e la schiacciò contro il muro. Distrusse le torri gemelle. Spezzò in due il London Bridge. Rase al suolo le ville signorili di fine settecento. Poi raccolse tutti i pezzi e li ammucchiò insieme. In cima, come se fosse ancora integro, c’era l’albero maestro del veliero. C’era ancora la cabina di vedetta e una piccola bandiera francese. Cercò nel cassetto in cucina e trovò una scatola di fiammiferi. Fece scorrere la capocchia di uno di questi sulla superficie ruvida e l’accese. Lo avvicinò alla bandiera finchè questa non prese fuoco. Vide l’albero bruciare e buttò tutto il pacchetto di fiammiferi in mezzo alle macerie del suo passatempo. Osservò il fuoco inghiottire tutto quello che il destino aveva voluto dargli prendendosi in cambio qualcosa a cui lui non voleva rinunciare. Il suo sguardo capitò sulle tende bianche appese alle finestre. Erano un regalo della sua ultima fidanzata, ormai vent’anni prima. Le strappò e le buttò sul fuoco, alimentandolo sempre più. Raccolse tutti i libri che gli erano stati regalati e tutte le cose che aveva comprato solo per sentirsi meglio. Le vide bruciare lentamente. Le vide diventare nere e poi grigie. Metà del suo appartamento era ormai divorato dalle fiamme. Era proprio la metà in cui c’erano le finestre e la porta di ingresso. Era prigioniero del fuoco creato dalle sue cose. Stava lì in mezzo, seduto sul tappeto che aveva cominciato a prendere fuoco. Vedeva avvicinarsi le fiamme. Non sapeva chiaramente quello che voleva. Non sapeva se spostarsi sarebbe stata la mossa più intelligente. O più utile.
Sentì la necessità di stare fermo e guardare. E pensare.
Pensare che non aveva il controllo della sua vita come non aveva il controllo di quel fuoco.

Guasto

Pubblicato: ottobre 13, 2010 in Racconto racconti

Scopri di avere un’insufficienza polmonare.
Se il tuo cervello, le tue gambe, il tuo stomaco e il tuo intestino arrivano al sei, beh, i tuoi polmoni arrivano a un quattro scarso e costringono il tuo cuore a prendere un otto per non farti bocciare. Solo che il cuore non sempre ce la fa. Il dottore allora ti dice di prendere dei farmaci, dei glicosidi, che in pratica sarebbero i bigliettini che aiutano il tuo cuore ad arrivare a quel disperato otto.
La cosa più fastidiosa di questa anomalia sono gli altri, come al solito. E’ una cosa comune tra gli obesi questa maledetta insufficienza, e le poche persone che sanno come funziona te lo ricordano ogni volta.
“Come gli obesi”, “eppure tu non sei ciccione”, “strano, so che capita spesso a quelli grassi grassi”.
Io li odio quelli grassi. E i maschi con i capelli rossi.
Tutta la tua attenzione, quando non hai molto da fare, è rivolta al tuo respiro e al tuo battito del cuore. Controlli che siano regolari e che vadano alla giusta velocità, senza però sapere quale sia. Conti. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Ma è noioso. Troppo noioso. Il tuo cervello allora inizia a prendere quei colpi e a trasformarli nella cassa di una batteria. Ci aggiunge dei piatti e un rullante e crea così il suo pattern cardiaco.
Fatichi a pensare. E’ come quando hai male a un dente. Finchè non ci pensi non ti accorgi nemmeno che ti fa male. Appena ti viene in mente inizia a picchiare più forte che può, impedendoti di pensare ad altro. Con questa insufficienza polmonare sei sempre concentrato sulle variazioni del battito e del flusso d’aria che inspiri. Anche quando ti parlano gli altri. Soprattutto quando parlano certe persone.
Dopo un pò inizi a fare caso anche al respiro degli altri. Controlli la loro pancia che si gonfia e si sgonfia, ascolti i fischi dei loro nasi raffreddati, ti concentri sulle loro tempie, cercando di vederle muoversi a ritmo del cuore per controllare il loro battito. Tutto gira intorno al tuo problema.

Sei seduto sotto una pensilina nel tuo paese. Non perchè stai aspettando un pullman, ma per ripararti dalla pioggia fitta. Sei seduto con le mani sotto le gambe per riscaldarle e guardi i conducenti delle macchine, sperando di incontrare qualcuno che conosci che ti possa portare a casa. Ma passano poche auto, la maggior parte del tempo guardi in giro. Conti. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Il tuo cervello comincia il suo famoso pattern cardiaco. Ma è fuori tempo. Il metronomo del tuo cuore sta avendo dei problemi e non suona regolare. Agitazione. I battiti per minuto iniziano ad aumentare. Ipotizzi che siano già a cento, centodieci, e non sono per niente regolari. Il tuo batterista cerebrale non riesce a stare dietro a tutte queste variazioni. Free jazz fuori tempo. Ognuno fa quello che vuole. Centoventi, centotrenta. Il parcheggio che hai di fronte inizia a diventare sfocato e la testa pesante. Centoquaranta, quattrocentodieci. E’ un battito unico confuso quello che emette il tuo cuore ora, o sei solo tu che lo senti così. Milleseicentotrenta, dodicimilaquattrocentoventi. Cervello il panne va tuo in.
Buio.

Ti risvegli all’ospedale. Fradicio e pieno di fango. Quando hai perso i sensi probabilmente sei caduto per terra. Ti guardi in giro per cercare di capire come sei arrivato lì ma non trovi indizi. Sei su una barella che si sta muovendo, verso quale luogo non puoi dirlo. Sei confuso, i tuoi occhi faticano a mettere a fuoco le cose. Vedi un’infermiera che sembra tranquilla e accanto a lei un ragazzo. Ha un giubbottino rosso, senza maniche, e dei jeans. Cammina accanto alla tua barella, ma non riesci a vederlo in faccia. Ti sembra di averlo già visto ma non riesci a capire dove. Poi l’illuminazione. Marty McFly. E’ Marty McFly. Sei stato salvato da Marty McFly. Non riesci a smettere di ripeterti il suo nome. Marty McFly. Ti immagini mentre ti carica sulla sua DeLorean DMC-12 con le portiere che si aprono verso l’alto e che quindi ti proteggono dalla pioggia. Pensi che sia tornato nel futuro per salvarti, perchè sei importante per l’umanità intera. Pensi di contare qualcosa e perdi i sensi di nuovo.

Ancora all’ospedale. Ora però sei su un lettino e sei lasciato a te stesso. Ti si avvicina un’infermiera e ti chiede come và. Ti spiega che sei stato male e che un ragazzo ti ha portato lì, ma che ora è andato via. Ti dice che ci sono fuori i tuoi genitori che aspettano preoccupati.

Scopri che la tua insufficienza polmonare si è aggravata e i bigliettini che i farmaci passavano al tuo cuore non bastano più per fargli prendere otto. Il dottore ti dice che hai bisogno di un intervento chirurgico. Rischioso. Ci sono dei rischi. Come al solito. Come in tutto. E l’unica cosa che fai è sperare di vedere quel giubbottino rosso che viene a portarti via.

I libici!

Se

Pubblicato: agosto 26, 2010 in Racconto racconti

La sagoma nera del profilo del suo viso era di fronte a me. Fissava un qualche punto in un’altra dimensione, in un mondo più semplice e tranquillo. Con gli occhi seguivo le curve della fronte, degli occhi, del naso, delle labbra e del mento, fino ad arrivare al collo sottile. La geografia del suo viso non mi era mai stata tanto chiara e solamente ora riuscivo a percepirne la bellezza.
Il tempo non si era solamente fermato, stava lentamente riavvolgendosi. Ripercorreva sè stesso dando a quel viso un significato continuamente diverso. Cambiava il contesto, le circostanze.
La stanza intorno a noi era diventata la New York del 12 settembre 2001. La luce rossa dietro di lei erano i lampeggianti delle ambulanze e dei vigili del fuoco. Stava fissando le macerie, la desolazione della distruzione. Stava chiedendosi il perchè delle cose, il motivo per cui le persone riescono a fare quello che fanno, in nome di valori assurdi.
Gli edifici di New York iniziarono a diventare i mobili di una casa povera. La luce dei soccorsi si trasformò nella luce del fuoco di un caminetto acceso. Lo scoppiettìo del legno copriva il suono della pioggia. Lei era una moglie preoccupata e rassegnata in attesa del ritorno del marito dalla guerra. Sapeva che era vivo, lo sentiva, ma non sapeva per quanto ancora potesse restarlo. Si domandava perchè avrebbero dovuto difendere la patria che non gli aveva ancora dato niente, se non miseria e disperazione. Si immedesimava nelle madri dei soldati uccisi sul campo di battaglia, cercava di capire come fare a non odiare il mondo.
Le pareti della casa caddero al suolo mostrando il cielo rosso del tramonto. Davanti a lei stavano tre uomini inchiodati a delle croci di legno. Sotto di loro c’erano donne in lacrime e soldati romani non curanti. Stava assistendo al sacrificio di Dio. Con la morte di Suo figlio avrebbe salvato le persone, tutte le persone. Quelle persone così sbagliate da aver bisogno che qualcuno li minacci per fare del bene. Guardava quella scena e rifletteva sull’inutilità di certi gesti, sulla necessità della speranza, sulla vanità. Si faceva domande, come sempre, ma non riusciva a darsi risposte.
L’uomo al centro gridò qualcosa e il cielo si ruppe, lasciando spazio a una foresta in fiamme. Un grande sasso era appena piovuto sulla terra e aveva creato lo scompiglio tra le lucertole gigantesche che erano intorno a lei. Era paralizzata dall’orrore di quello che stava vedendo. Continue lotte per riuscire a sopravvivere, a discapito degli altri, senza nessuna cura, senza nessuno scopo. Occupare dello spazio per più tempo possibile. Si chiese se la sostanza del mondo, in tanti anni, fosse cambiata poi tanto. Le motivazioni dell’esistenza, gli scopi del vivere, mancavano probabilmente da sempre.
La foresta smise di bruciare e si spensero tutte le luci. Il silenzio ingoiò tutto quello che c’era intorno, portando quel suo profilo a un tempo che non è mai esistito. Il nulla aveva il controllo, e in mezzo a questo vuoto, lei, il suo viso. Toccava a lei ora decidere tutto. Creare, non creare, spiegare, distruggere, educare. Tutto dipendeva da quello che le sue labbra avrebbero detto e nel mio cuore sapevo che in ogni caso, tutto sarebbe andato meglio.

Dopo il segnale acustico

Pubblicato: agosto 16, 2010 in Racconto racconti

Ci sono cose delle persone che rimangono, anche quando queste persone se ne sono andate.

I.

Ci sono certi pomeriggi in primavera in cui il mondo sembra davvero quello che si vede nei film. Non fa nè freddo nè caldo e il leggero vento che muove le piante non dà nessun fastidio. La luce satura i colori e illumina tutto nel migliore dei modi. Il tempo quasi si ferma, sembra che la sera possa non arrivare mai.
Proprio in uno di quei pomeriggi un uomo sulla sessantina decise di mettersi alla guida della sua nuova auto. Secondo la polizia non aveva bevuto.
Nello stesso pomeriggio Alice, mia mamma, uscì di casa per andare a comprare delle tempere che mi servivano per finire un compito per scuola. La macchina l’aveva papà, così decise di andare a piedi.
L’uomo sulla sessantina e mia mamma non si erano mai incontrati prima. Alle tre e venti di quel pomeriggio l’uomo sulla sessantina sbandò e travolse mia mamma uccidendola sul colpo. Avevo sei anni e mi chiamavo Camilla. Mi chiamo ancora Camilla.

La mia reazione alla morte della mamma fu normale, sempre se esiste una sorta di normalità per situazioni di questo tipo. Papà cercò in ogni modo di farmi stare meglio. Per non farmi pesare la cosa, con me aveva sempre il sorriso, quasi come se non fosse successo nulla. Solo i suoi occhi, alle volte, lo tradivano.
Passò una settimana e il mio umore era sempre e comunque a livello del pavimento, se non più sotto. Poi, in un pomeriggio come quello dell’incidente, papà mi sollevò e mi mise a sedere sul bracciolo del divano. Nonostante le sue ginocchia malandate, si piegò davanti a me e iniziò a giocare con i miei piedi, cercando un modo per cominciare a dire quello che voleva dire.
-Ti manca la mamma?-
Non risposi a voce, feci solo un cenno con la testa.
-Manca anche a me.- e mi spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
-Se ti dicessi che c’è un modo per poterle parlare?-
Mi presi qualche secondo per pensare, qualche secondo che venne riempito dal rumore delle auto che passavano in strada.
-Ma a scuola mi hanno detto che i morti sono morti. Non parlano i morti.-
-Vero, non parlano. Ma possono ascoltare.-
Feci una pausa piena di speranza.
-Come Gesù quando dico le preghiere?- chiesi.
-Si, in un certo senso si.-
-Allora devo dire le preghiere alla mamma?-
-No, ho una cosa migliore.-
Cercò nella tasca dei pantaloni e tirò fuori un cellulare rosa, talmente pacchiano che mi resi conto anche a sei anni che mio papà aveva esagerato. C’era un topolino con un cuore in mano disegnato dietro. Me lo mostrò e iniziò a spiegarmi.
-Ti ricordi quella volta che abbiamo perso la mamma al supermercato? Le telefonavamo ma lei non rispondeva.-
Non capivo dove volesse arrivare.
-Squillava, squillava, ma niente, lei non lo sentiva. Dopo un pò rispondeva una signora.-
-La segreteria telefonica?- chiesi timidamente.
-Brava. E ti ricordi come funzionava?-
-Dopo il bip parlavamo e registravamo un messaggio. E la mamma poi poteva ascoltarlo. Quando voleva.-
-Ecco. La signora risponde ancora se provi a chiamare la mamma. E se registri un messaggio, lei può ascoltarlo. Però purtroppo non può risponderti.-
Pensai a quello che mi aveva appena detto.
-Però mi ascolta?- chiesi.
-Certo.-
Allungai la mano e presi il cellulare con una gran paura. Era come se avessi in mano un vaso dal valore inestimabile, ero convinta che se l’avessi rotto non avrei più potuto parlare con la mamma. E io volevo parlarci con la mamma. Lo fissai per qualche secondo, poi papà si alzò, mi spettinò un pò i capelli e mi diede un bacio sulla fronte, poi andò in cucina.

Quella sera, nel buio di camera mia, accesi il cellulare e provai a telefonare alla mamma. Come aveva detto papà rispose la signora, ma io mi spaventai e spensi subito il telefono. Lo misi sotto il cuscino, stringendolo con la mano destra e mi addormentai. La notte la sognai, la mamma, mentre mi stava cucinando le bistecche di pesce. Non poteva parlarmi però. Le facevo un sacco di domande ma lei non riusciva a rispondermi, così capii che lei era lì per ascoltare quello che avevo da dire, non per parlare. Era quasi come un diario. Un diario biondo e bellissimo. Prima di fare colazione accesi di nuovo il telefono e riprovai a chiamarla. La signora della segreteria telefonica rispose subito e mi spiegò, come tutte le volte, come fare per lasciare un messaggio.
-Ciao mamma, sono Camilla. Mi dispiace che sei morta ma stai tranquilla, ha detto la nonna che arriverò anch’io lì dove sei adesso. Però mi ha detto che ci vorrà tanto tanto tempo. Tu aspettami, e se ti senti sola prova a cercare Stipi.- e attaccai. Stipi era il mio coniglietto. Me lo regalarono quando avevo quattro anni e morì l’anno dopo, tra un fiume delle mie lacrime. Iniziai a schiacciare il bottone per spegnere il cellulare e mi accorsi che non l’avevo salutata, la mamma.
-Scusami, non ti ho salutato prima. Ma non sono maleducata! Non arrabbiarti con papà, sono educata come quando c’eri anche tu. Davvero. Il papà è buono e gentile. E me l’ha dato lui questo telefono. Quindi non pensare che adesso che non ci sei io divento cattiva perchè papà non sa insegnarmi a essere buona. E’ capace anche lui. Ciao.-

Iniziai a parlare a mamma ogni sera, prima di dormire, raccontandole la mia giornata, quello che era successo e quello che avrei voluto fosse successo. Le cose iniziarono ad andare meglio, sapere che lei poteva ascoltarmi me la faceva immaginare ancora viva, mi mancava molto meno perchè, in fondo, quello che tutti vogliamo è solamente essere ascoltati.

Una sera papà tornò a casa con tutte le cose che la mamma aveva quando era stata investita. La borsa, il vestito, le scarpe, alla vista, erano come se non fossero mai state usate. Annusandole però si sentiva ancora il profumo della mamma, per sempre impresso in quella stoffa e in quel cuoio. Mangiammo e, dopo aver sparecchiato, ci sedemmo al tavolo della cucina. Papà prese la borsa di mamma e la aprì.
-Vediamo cosa c’è qui dentro- disse con una curiosità calma.
Controllammo il portafoglio. Le foto di noi due, i biglietti della spesa con degli scarabocchi, gli scontrini, le tessere dei supermercati, la carta d’identità con la sua foto sorridente e felice. Trovammo i cerotti di emergenza che teneva in una tasca laterale della borsa. Il portamonete colorato. Trovammo una penna nera comunissima, una di quelle a sfera ma con il tratto fine. Papà la prese con un espressione strana sul viso. Ne schiaccio un’estremità e fece uscire la punta, poi la richiuse. Prese un foglio, aprì la penna, e si mise in posizione per scrivere. Esitò qualche secondo, come per essere sicuro di cosa scrivere. La penna funzionò subito, senza bisogno di fare qualche scarabocchio prima che l’inchiostro si decidesse a uscire. Scrisse ‘Alice’, il nome della mamma. Mi guardò e fece un sorriso. Capii che aveva trovato quello che voleva, che in tutta questa situazione, aveva trovato qualcosa che lo rendeva felice.
-Papà, non c’è il telefonino. Se l’è portato via lei così può ascoltare i miei messaggi?-
-Si…si…l’ha portato via lei.-

Una bambina di sei anni ha ancora quella capacità di credere in un sacco di cose, specialmente se riguardano la mamma morta.
Ogni sera raccontavo alla signora della segreteria telefonica quello che era successo e quello che avrei voluto fosse successo. La mamma ascoltava e, per quanto le era possibile, provvedeva a esaudire i miei desideri.