Pensieri depistanti

Pubblicato: marzo 29, 2011 in Racconto racconti

In quel preciso momento si accorse che le cose belle non lo avevano mai fatto stare bene. Ipotizzò che fosse solo il suo stato d’animo a suggerirgli questo, ma nel profondo, sapeva che purtroppo quella era la verità.
Considerava quel legame così prezioso che il solo pensiero che sarebbe svanito creava all’interno del suo cuore un terremoto di emozioni contrastanti. E aveva la certezza che sarebbe svanito. Non poteva farci nulla, non poteva opporsi. Alcune cose non si possono controllare, e quella ne era il classico esempio. Le circostanze avevano fatto nascere quel legame e le circostanze lo avrebbero fatto sparire definitivamente. I suoi pensieri erano continuamente occupati nella creazione e revisione di piani che avrebbero potuto allungare il tempo prima della rottura definitiva del suo piccolo tesoro. Ma erano tutti piani destinati a fallire.
Era come se perdere quel pezzo della sua vita avrebbe significato essere solo. Sentiva troppo spazio intorno a lui e aveva troppo poco tempo per cercare di cambiare le cose. Il cielo, che in più di un’occasione lo aveva affascinato, lo atterriva. Pareva una cupola che lo teneva imprigionato in quelle sensazioni da cui voleva scappare. Si sentiva un minuscolo puntino giallo in mezzo a un foglio bianco. Diverso, ma che nessuno sarebbe mai riuscito a trovare. Avrebbe dato via tutto quello che aveva per poter rimanere ancorato a quel legame.
Quello che gli faceva più male era il non poter condividere con nessuno le sue preoccupazioni. Nessuno avrebbe voluto ascoltarlo e nessuno avrebbe potuto capirlo.
Nella sua testa stazionava da tempo una domanda a cui non riusciva a darsi risposta. Si chiedeva se quella persona avesse davvero capito chi lui fosse. Gli sembrava di averlo dimostrato ampiamente, ma una frase di qualche tempo prima aveva messo in dubbio tutto quanto. E questo dubbio si concretizzava in un’altra domanda: se lui si fosse rivelato completamente per quello che era sarebbe cambiato qualcosa? Il suo modo di essere avrebbe potuto sconfiggere le circostanze e allontanare l’ombra della solitudine?
Proprio quando la parola ‘solitudine’ si materializzò nei suoi pensieri non riuscì a bloccare la nascita di nuove domande. Si chiese se fosse davvero solo. E cosa si intende per solitudine? E’ il numero di persone con cui si hanno rapporti l’indice della solitudine? Oppure è la qualità di questi rapporti? E’ possibile non sentirsi soli avendo rapporti con una sola persona? E’ possibile sentirsi soli anche se si è circondati da un numero incalcolabile di persone? Quando qualcuno ha il diritto di sentirsi solo? E in quanti avevano più diritto di lui di parlare di solitudine? Era intelligente abbastanza per cercare delle risposte così complicate? Ma soprattutto, queste risposte gli sarebbero servite a qualcosa?
Decise di lasciar perdere tutte queste cose. Decise di fidarsi solamente di quello che gli diceva il suo cuore. Si accorse, a discapito di quello che aveva sempre creduto, che l’amore non centrava niente.
Gli venne in mente la frase di un film che diceva circa: ‘perché non riesco a evitare di innamorarmi di qualsiasi persona mi dia un minimo di attenzione?’. E capì che l’amore non c’entrava nulla. Non aveva capito ancora niente di sé stesso. Confondeva troppo le emozioni, le amplificava senza limiti. E se il suo cuore diceva di non voler perdere qualcuno per lui significava essersene innamorato. Si zittì da solo. Si disse che sì, era innamorato di tutte le persone che non voleva perdere. Che il suo amore non era limitabile a una sola persona. Forse era innamorato di persone diverse in modo diverso, e per questo i suoi legami erano differenti. Ma li amava tutti.
Pensò a tutte quelle persone che avrebbero storto la bocca nel sentirlo dire qualcosa del genere. Pensò a tutte quelle persone che gli avrebbero dato dell’omosessuale se avesse detto che amava persone del suo stesso sesso. E sorrise tra sé per la facilità con cui si confonde sesso e amore. Non c’era nulla di carnale in tutto quel suo amore. Non riusciva a credere che le altre persone potessero provare sentimenti differenti in base al sesso di chi gli stava vicino. Non riusciva a credere che nel cervello di ognuno ci fosse un inibitore d’amore che si attivava solamente quando si pensava a una persona dello stesso sesso.
Decise di smettere di pensare ai sentimenti e al loro funzionamento, alle persone e alla morale, alle consuetudini e alle stranezze. Si accorse che stava tergiversando, che non stava cercando di risolvere il problema.
Tornò a pensare a quello che stava per perdere e tornò solo.

Annunci

La ragazza con i capelli neri

Pubblicato: gennaio 19, 2011 in Frustrazioni casuali

Come un pugno in piena pancia che ti mozza il fiato.
Rimani immobile, incredulo, sperando che la sveglia suoni e tu possa uscire da quell’incubo.
Ma non è un sogno, e per di più, tu non sei altro che un testimone di quello che è successo, la paura e la rabbia che ti sono saltate addosso sono soltanto una minima parte di quello che lei, la ragazza con i capelli neri, sta vivendo.
Rifletti su cosa sia meglio. Un frullato oppure un gelato. Le idee si scontrano nel tuo cervello così velocemente che, all’improvviso, senti il rumore della loro collisione. E ti chiedi se anche gli altri l’hanno sentito.
Si, l’hanno sentito.
Proprio quando stai per scusarti per il rumore delle lamiere dei tuoi pensieri, ti accorgi che il frastuono veniva da fuori.
‘La macchina!’ è il tuo primo pensiero. Scatti in piedi e controlli dalla vetrata. Tiri un sospiro di sollievo e ti giri.
Panico. Sembrano tutti vicini al farsi prendere dal panico. L’intero locale si trasferisce fuori.
Sul marciapiede c’è una macchina verde, distrutta. All’altezza della portiera posteriore c’è incastrata una seconda macchina, rossa, piena di fumo. La macchina verde è vuota. Al volante di quella rossa un uomo senza capelli.
Il fumo ti fa paura. Credi possa esplodere tutto da un momento all’altro, con l’uomo senza capelli all’interno. Qualche secondo dopo realizzi che il fumo è quello dell’airbag che, visto l’impatto, deve aver salvato la vita, o almeno la faccia, dell’autista della macchina rossa.
‘Per fortuna sembra non si sia fatto male nessuno’.
Segnatela questa frase, nel caso dovessi cambiare idea. Scrivitela sulla mano.
Accanto a te un ragazzo con il ciuffo crolla. I suoi nervi cedono ed è costretto a sedersi per terra. Ha la faccia come un lenzuolo. E’ il padrone della macchina verde, quella che è stata colpita, e scopri che lui era sulla macchina in quel momento. Ti stupisci di come non abbia segni evidenti dovuti allo scontro. A parte il colore della faccia.
L’uomo senza capelli scende dalla macchina e vedi che non si è fatto niente.
‘Meno male’.
Segna anche questa.
Si avvicina alla ragazza con i capelli neri, che, come gli altri, sembra essere illesa. E’ spaventata, trema, ma trasmette calma, come se fosse abituata a quello che sta succedendo. L’autista della macchina rossa, quello senza capelli, si avvicina a lei. Quando è a un metro decide di colmare la distanza con il braccio. Il rovescio della sua mano va a colpire il labbro della ragazza con i capelli neri con troppa forza. La fa quasi cadere e poi le si butta addosso, cercando di colpirla ancora. L’azione è confusa, ma è chiaro che qualche altro colpo è andato a segno. Un uomo interviene e lo ferma. E tu leggi le frasi che ti eri segnato.
Arrivano i carabinieri e vari genitori. Curiosi e amici.
Scopri che il tizio senza capelli ha causato l’incidente volontariamente. Ha puntato quella macchina verde e l’ha colpita a tutta velocità, con la fortuna di non aver ucciso il ragazzo con il ciuffo.
Scopri tante altre cose. I motivi, le parentele, i passati, e tutto quello che riesci a pensare è ‘non mi interessa’.
Perchè è così. Non ti interessa il perchè qualcuno ha fatto qualcosa. Queste, sono cose che non devono poter succedere. Mai. In nessun luogo del mondo. E non c’è cultura che tenga. Una cultura che permette qualcosa del genere è una cultura che non merita di esistere.
Provi a pensare come la situazione si possa risolvere e non ti viene in mente.
Rileggi le frasi che ti sei segnato e ti si accende la lampadina.
Non puoi dire quello che pensi, non sei così cattivo, ma se per caso quell’airbag non si fosse aperto, beh, probabilmente la ragazza con i capelli neri, così carina con la foto delle figlie sul cellulare, avrebbe potuto vivere.
Non bene.
Non male.
Soltanto vivere.

Sacchetti di opinioni

Pubblicato: gennaio 16, 2011 in Frustrazioni casuali

Leggi un articolo su un giornale e dei grumi di idee iniziano ad attrarsi.
In uno di quei talk show in prima serata, l’ospite di turno, definibile solamente come ospite, dà la sua opinione sui fatti di cronaca che assediano la televisione e quei grumi iniziano a unirsi e a confondersi.
In treno ascolti i discorsi di un ragazzo con i capelli lunghi e mossi, curati in modo da sembrare trascurati. Ascolti i consigli che snocciola a quello che sembra un suo vecchio amico, che non vede da molto, e l’ammasso di frammenti di idee si ingrandisce e si fa notare. Sta lì, dietro i tuoi occhi e il tuo naso e continua a crescere. E’ nascosto a tutti, ma tu non puoi ignorarlo. Cerca di farsi notare. Scalcia, grida, vuole solamente quello che vuoi tu. Attenzioni. Vuole che qualcuno lo riconosca e lo cerchi. Vuole smetterla di non esistere.
Si potrebbe accontentare del vuoto del tuo cranio, ma la musica che esce dalla macchina ferma davanti a te lo costringe a cercare una via di fuga.
Scende nello stomaco e ti fa venire la nausea. Annusa l’aria che entra dalla tua bocca e capisce che è lì che c’è bisogno di lui. Ma tu sai che non ne vale la pena. Sai che non servirà a nulla il fagotto che hai dentro e allora lo rispingi già con tutto il tuo impegno.
Le idee del professore di storia. I discorsi tra conoscenti. Il tuo sentirti superiore agli altri. Il tuo credere di sapere fare qualcosa. Gli errori di grammatica. Le voci troppo alte. Le discussioni non necessarie. Le questioni in sospeso. I ritardi. Le scuse. I perchè. I dubbi.
E la tua zavorra di pensieri non resiste più dentro di te. Deve uscire e, questa volta, non riuscirai a impedirglielo.
Ci mette tutto il suo impegno, tutta la sua rabbia. Ti rovescia lo stomaco e ti brucia i polmoni. Ti raschia la gola e ti mozza il fiato, solo per poter essere lì fuori, all’aria aperta, davanti a tutti. Sei sfinito, hai esaurito tutto. Non hai più niente per te.
Vuoto.
Il cumulo è davanti a te, tremante.
Non è cambiato molto. Continua a non esistere, solo in un modo differente. Ha paura e non riesce a nasconderlo.
Va in frantumi e cerca di tornare dentro di te, dov’era al sicuro, perchè fuori non è come si aspettava.
Si fa strada nelle tue orecchie portandosi dietro i pensieri degli altri, quei pensieri che sarebbero stati volentieri dentro i loro possessori, se solo tu fossi stato abbastanza forte da tenerti dentro i tuoi.
E fanno male.

E continueranno a fare male.

Sospinti

Pubblicato: dicembre 1, 2010 in Racconto racconti

Stava fermo in mezzo alla stanza ormai invasa dal fuoco cercando una motivazione per quello che era accaduto.

Erano giorni che il suo cervello elaborava l’idea di comprare un piccolo modellino di una barca. L’aveva vista su un sito internet mentre cercava dei libri da regalare per Natale. Era uno di quei galeoni con grandi alberi maestri e vele colorate. La descrizione diceva che, dopo averla assemblata, sarebbe stata grande sessanta centimetri. Aveva misurato lo spazio vuoto sulla mensola del salotto per capire se ci sarebbe stata. C’era un vuoto di sessantotto centimetri. Non era un tipo molto paziente e sicuramente la costanza non era la caratteristica che lo contraddistingueva. I suoi hobby non erano mai durati più di tre settimane. Proprio per questo motivo era titubante sull’acquisto. Non sapeva se sarebbe mai riuscito a portare a termine un lavoro del genere. C’erano piccoli pezzi di legno da piegare e fissare. Piccole corde da tendere. Piccoli oggetti da incollare. Pensava che non fosse il caso di sprecare così i soldi.
Tutte le mattine, dopo aver fatto colazione, andava a prendere la macchina che parcheggiava a cento metri dal suo appartamento. Quel giorno si mise la giacca e la sciarpa. Prese le chiavi di casa e della macchina e uscì. Stava proprio pensando al veliero quando, a metà strada, guardò per terra. Vide qualcosa. La luce del sole, ancora basso, veniva riflessa da qualcosa di piccolo. Si avvicinò e si chinò. Era una moneta da un euro. Una comunissima moneta da un euro. E l’aveva trovata lui. Non aveva mai trovato niente di interessante per terra, tanto meno dei soldi, e quel giorno invece trovò quell’euro, proprio mentre pensava al galeone. Non poteva essere altro che un segno del destino, o di qualsiasi altra cosa. Mise l’euro in tasca.
Dopo una settimana precisa il postino gli portò un pacco. Era il modellino che aspettava. Aprì la scatola e rimase per qualche minuto fermo, indeciso sul punto da cui partire. Poi guardò l’orologio e si accorse che era in ritardo per il lavoro. Chiuse la scatola e andò, continuando a riflettere sul punto più conveniente per cominciare.
Due settimane e tre giorni dopo il vuoto della mensola in salotto era sparito. Al suo posto c’era il primo modellino che aveva costruito. La nave non era perfettamente come sulla scatola, ma per essere il primo tentativo, era già un buonissimo risultato.
Piano piano tutti i vuoti di casa sua vennero riempiti con piccole ville settecentesche con il comignolo e il terrazzo, da minuscole rappresentazioni di monumenti millenari, da grattacieli che, anche se ridotti in scala, davano l’impressione di graffiare le nuvole. Erano i suoi piccoli pezzi di paradiso. Le cose che non avrebbe mai avuto e che probabilmente non avrebbe nemmeno visto. Quelle cose che aveva sempre osservato sui giornali o su internet mentre si chiedeva come potesse essere viverci vicino. Le piccole rappresentazioni del mondo lo rendevano discretamente felice, o forse solamente gli occupavano così tanto tempo che non riusciva più a chiedersi se fosse stato davvero contento.
Venne di nuovo dicembre e nel suo ufficio venne organizzata una cena per festeggiare. Da una decina di anni, il sette dicembre, tutti i dipendenti, avvisati tramite una mail qualche giorno prima, andavano a cena in un locale vicino all’ufficio. Quell’anno, senza nessun motivo, non arrivò nessuna mail. Lui pensò che era colpa della crisi, che nessuno era disposto a spendere per uscire con i colleghi. Ci teneva a questa cena, ma riusciva anche a capire i problemi delle persone.
Il nove dicembre, nel suo ufficio, venne a sapere che qualcosa era andato storto. La cena aveva avuto luogo, come al solito, nel ristorante vicino all’ufficio, ma lui non ne sapeva niente. Controllò la casella di posta incredulo. Nella posta ricevuta non c’era nulla. Si accorse di un ‘1’ vicino alla posta indesiderata. Non aveva il coraggio di controllare. Era bloccato con lo sguardo su quel numero. La sua mano si fece coraggio. L’uno sparì. Spostò lo sguardo sul mittente e l’oggetto dell’e-mail. C’era il nome di un suo collega e lì vicino la scritta “Consueta cena invernale”. Non l’aprì nemmeno. Qualcosa aveva voluto che lui non andasse a quella cena. Qualcosa gli aveva tolto quel piacere. Eppure lui ci teneva così tanto. Maledetto destino. Come aveva potuto fargli questo? Perchè, dopo avergli regalato quell’euro, l’aveva trattato in quel modo? Perchè diavolo avrebbe dovuto dargli qualcosa per poi prendersi in cambio qualcos’altro? Non era giusto. Non era corretto. Era sleale. Meschino. Non poteva sopportarlo. Era troppo. Voleva avere il controllo su quello che succedeva. Scoprire che niente dipendeva da lui aveva distrutto il suo precario equilibrio.
Prese la giacca e uscì dall’ufficio. Si mise in macchina e spense l’autoradio. Parcheggiò al solito posto, scese e si incamminò verso casa. Passò nel punto in cui aveva visto la moneta così tanto tempo prima, quando le cose andavano bene, quando era il padrone di sè stesso. Fece le scale e arrivò al suo appartamento. Chiuse la porta dietro di sè. Respirò. Lo fece di nuovo. Poi ancora, questa volta riempendo totalmente i polmoni. Trattenne per qualche secondo l’aria e poi si scagliò verso la mensola del salotto. Ridiede spazio al vuoto che c’era una volta. Frantumò per terra il veliero, il suo primo modellino, il battesimo del suo hobby. Lo calpestò. Lo calciò. Gridò. Lo raccolse e lo scagliò contro il muro, mandandolo definitivamente al tappeto. Prese la torre Eiffel in camera e la schiacciò contro il muro. Distrusse le torri gemelle. Spezzò in due il London Bridge. Rase al suolo le ville signorili di fine settecento. Poi raccolse tutti i pezzi e li ammucchiò insieme. In cima, come se fosse ancora integro, c’era l’albero maestro del veliero. C’era ancora la cabina di vedetta e una piccola bandiera francese. Cercò nel cassetto in cucina e trovò una scatola di fiammiferi. Fece scorrere la capocchia di uno di questi sulla superficie ruvida e l’accese. Lo avvicinò alla bandiera finchè questa non prese fuoco. Vide l’albero bruciare e buttò tutto il pacchetto di fiammiferi in mezzo alle macerie del suo passatempo. Osservò il fuoco inghiottire tutto quello che il destino aveva voluto dargli prendendosi in cambio qualcosa a cui lui non voleva rinunciare. Il suo sguardo capitò sulle tende bianche appese alle finestre. Erano un regalo della sua ultima fidanzata, ormai vent’anni prima. Le strappò e le buttò sul fuoco, alimentandolo sempre più. Raccolse tutti i libri che gli erano stati regalati e tutte le cose che aveva comprato solo per sentirsi meglio. Le vide bruciare lentamente. Le vide diventare nere e poi grigie. Metà del suo appartamento era ormai divorato dalle fiamme. Era proprio la metà in cui c’erano le finestre e la porta di ingresso. Era prigioniero del fuoco creato dalle sue cose. Stava lì in mezzo, seduto sul tappeto che aveva cominciato a prendere fuoco. Vedeva avvicinarsi le fiamme. Non sapeva chiaramente quello che voleva. Non sapeva se spostarsi sarebbe stata la mossa più intelligente. O più utile.
Sentì la necessità di stare fermo e guardare. E pensare.
Pensare che non aveva il controllo della sua vita come non aveva il controllo di quel fuoco.

Eppure continuiamo a camminare

Pubblicato: novembre 1, 2010 in Frustrazioni casuali

Eppure continuiamo a camminare
nel nostro deserto di affetti
e di parole mancate,
assetati di cose e di fatti
finemente celati dalla vita
dietro ciò che viene considerato
la normalità.

Eppure continuiamo a camminare
incespicando, cadendo, rotolando
senza imparare mai
la posizione degli ostacoli
che colpiscono e ci abbattono
come aerei da guerra
pronti a far fuoco.

Eppure continuiamo a camminare
in cerca di quello che volevamo,
anche ora che quello che volevamo
non c’è più,
perchè quello che volevamo,
in realtà,
non è mai esistito.

Eppure continuiamo a camminare
nonostante il mondo, il suo peso e le sue dimensioni
nonostante tutte le pietre che abbiamo in tasca
che non ci fanno risalire
per prendere una sola
determinante e infinta
boccata d’aria.

Matrioska

Pubblicato: ottobre 30, 2010 in Frustrazioni casuali

Quello che il tuo ‘io’ non vuole è sapere che il tuo altro ‘io’ lo odia.

Destra e sinistra. Bianco e nero. Pari e dispari. Anch’io sono così.
Duale. Doppio. Diviso. Ma moltiplicato per un numero. Uno di quelli alti, difficili da dire e da scrivere, composti da molte cifre.
Una matrioska di me che non sa quale sia il suo posto.
Le circostanze sono sottovalutate. Le circostanze determinano tutto. Sono il destino. Sono quello che il mondo vuole che succeda. E l’interno del mio corpo, come fossero dei vestiti, indossa, per ogni circostanza, un ‘io’ differente. Quello che crede più adatto. O meglio, quello che crea meno complicazioni e fa sentire più a loro agio gli altri.
Vari livelli di ‘io’ passati al setaccio e classificati per poi essere riutilizzati.
Prendi il nucleo più vero e completo di me. Nascondilo e fanne una copia. Prendi la copia e passala attraverso un setaccio emozionale. Togli qualcosa, classifica questa copia e fanne un’ulteriore copia. Continua così finchè non arrivi ad avere un ‘io’ che ha perso tutto quello che aveva da dire, e da fare. Fino a che hai un ‘io’ che non prende nessuna decisione, che si lascia sospingere dal vento troppo freddo delle circostanze. Metti nel ripiano più alto della libreria quel tipo di ‘io’ che hai ricavato dalla prima setacciatura. Mettilo in quel ripiano difficile da raggiungere, che abbandonerai al suo destino e che ritroverai anni dopo pieno di polvere. Nel punto più comodo della libreria metti l’ultimo ‘io’ ottenuto, quello trasparente, perchè sarà il più utilizzato, quello che avrà più spazio.
Ci sono cocci per terra. Cocci tristi di felicità andate in frantumi. Piccoli frammenti di quello che non vuoi che sia. Raccoglili minuziosamente e mettili nei ripiani più nascosti.
Torna tra qualche anno e osserva. Osserva quanto ho usato ogni ‘io’. Cerca il nucleo più vero e completo. Controlla se è differente. Scopri i danni che hanno fatti i cocci e la polvere.
Chiedi a ogni ‘io’ cosa pensa di ogni altro ‘io’ e rallegrati, perchè non sei l’unico a odiarmi.

Parole mimetiche

Pubblicato: ottobre 25, 2010 in Frustrazioni casuali

La minimale fottuta voglia di vivere
Ciò che abbiamo innato
Che buttiamo
Che sprechiamo

Istinti grezzi
Come il desiderio
La voglia di carne
Fradicia di sudore

Rumori inconsistenti
Gemiti nascosti
Notti disciolte
Dentro giorni opachi

Il mutismo delle parole
Celate dalla paura
Dall’inadeguatezza
Da ciò che non importa

Il silenzio dei miei vuoti